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Sentire il Limite

Photography by Zoe Lòpez

Un limite es una linea personal que marca esas cosas de las cuales somos responsables.
Es decir los limites definen quienes somos y quienes no somos.

Mis límites, tus límites…

A veces sucede que el límite más grande es marcado y suscrito por nosotros mismos. Algo que nos impide continuar, ver más allá y, en ocasiones, hasta articular palabra resulta un acto tortuoso.

A veces parece que nos ponemos estas barreras para poder sentir que necesitamos quitarlas… Algo que, dicho así, suena bastante absurdo, pero por lo que no pienso tirar piedra alguna, ni primera, ni segunda.

Y nos quedamos parados, tirando del nudo con una sola mano..

Photography by Zoe Lopez

Riflessioni sulla parola “limite”

a)   Definizione e Significato:

Linea di demarcazione, confine;

Estensione, segno visibile che indica una qualche barriera;

Grado, livello o punto estremo a cui può giungere qualcosa;

Punto di passaggio a una condizione diversa da quella normale;

Termine, confine, ambito (concreto o ideale) che non può o non deve essere superato;

b)   Etimologia:

Dal latino limes-limitis, – via traversa, confine, frontiera.

Gli antichi Romani chiamarono  “limiti”  quelle pietre che segnavano i confini le quali erano sacre e non potevano rimuoversi senza delitto, essendo esse sotto la speciale protezione di una divinità pur essa detta Limite o Termine;

c)   Un po’ di mitologia:

Termine – nome latino: Terminus

Divinità romana preposta ai limiti e alle pietre di confine, sia di proprietà sia di terreni pubblici, le quali venivano consacrate a Giove. Dal nome del dio deriva l’attuale vocabolo che indica gli estremi (limiti) di un oggetto o di una scadenza. – Diffusione del culto: la tradizione indica come inizio del suo culto il regno di Numa Pompilio, durante il quale si inaugurarono i confini a Giove Terminale. In suo onore venivano celebrate le feste chiamate Terminalia, cadenti il 23 febbraio; durante tali riti i proprietari dei campi si riunivano attorno al cippo di confine comune incoronandolo ed offrendo una focaccia; in seguito si ponevano su un’ara i proventi dei raccolti (segale, miele, vino) e talvolta un agnello. Nel tempio di Giove Capitolino era conservato un cippo pubblico mentre un’altra pietra sacra di confine era posta come indicatore sulla via tra Roma e Laurentum (via Laurentina). I cippi di proprietà venivano collocati in una fossa ove vi fosse stato prima acceso un fuoco e sopra versato il sangue di una vittima. Lo spargimento di frutta, incenso, vino e miele completavano il rito ctonio e la pietra infissa nel terreno veniva unta e incoronata. Terminus appartiene alla categoria di divinità italiche arcaiche senza una rappresentazione fisica.

Photography by Zoe Lopez

Il limite in danzaterapia

Il  limite è base fondante e costituente della metodologia Fux; Marìa stessa sostiene da sempre che “le sue danze sono frutto della creatività individuale  (ma che in maniera differente è nascosta anche dentro ognuno di noi), unitamente allo stimolo della musica e alla conoscenza del Limite”.
E ancora: “Quando non ci sono limiti perdiamo la meravigliosa possibilità di conoscerci più a fondo, senza limiti non esiste il contatto. Il limite è la base di tutto” 

Ma che cosa è il limite in danzaterapia?

Nuovamente Marìa ci risponde con il suo corpo, portandosi vicina, anzi, toccando la parete del suo Studio di Buenos Aires e cercando di andare oltre, di oltrepassarla. Batte ritmicamente la propria mano contro la parete…”sentite? …è dura!…non si sposta! non posso attraversarla!…questa parete è, indubitabilmente,  un limite”.

Nel corso di ogni incontro di danzaterapia, qualunque sia il tipo di stimolo proposto e l’utenza coinvolta, viene dato ampio spazio ed enorme risalto all’esperienza della sperimentazione pratica del limite affinché tale verità e sensazione diventi ben comprensibile per il corpo. Esperienza concreta significa che il limite lo dobbiamo proprio toccare fisicamente, con le mani, con le gambe, ma soprattutto  con la parte centrale del corpo senza lasciare da parte il coinvolgimento della testa.

Photography by Zoe Lopez

 La trasformazione del limite

La  parola limite racchiude dentro di sé una spiccata dualità ed esprime un paradosso; infatti, se il limite riduce drasticamente o in variabile misura la libertà di ciascuno di noi (termine, confine, ambito -concreto o ideale-  che non può o non deve essere superato), allo stesso tempo la amplifica; infondendoci sicurezza e la certezza di poterci “appoggiare”, il limite esalta la nostra creatività e curiosità innata predisponendoci a un’interessante articolazione della libertà individuale esaltandone la forma e introducendo il vissuto, fondamento del Metodo Fux, di “Superamento del Limite” (grado, livello o punto estremo a cui può giungere qualcosa).

Il limite può essere un oggetto, un volume, qualcosa di tangibile, oppure un’idea, un concetto qualcosa d’impalpabile e invisibile.

Il limite è fisso e rigido quando non lo guardiamo o lo ignoriamo ma può diventare mobile e flessibile se impariamo a conoscerlo, ad accettarlo. Solo allora, con molto coraggio e l’aiuto di un tempo che non conosce la fretta, si può forse spostare, sempre trasformare .

Il limite preferisce sempre il tempo lento, molto dilatato; quando la fretta diventa un limite bisogna andare a toccare la propria fretta e solo molto dopo cercare di spostarla verso altre possibilità.

Perché il limite si riveli nel corpo è sempre meglio affrontare prima il limite che-posso-toccare, riporto qui di seguito solo alcuni esempi:

-          Limite della parete

-          Limite della terra

-          Limite di un materiale (ad es. il colore, la canna di bambù)

-          Limite della pelle

-          Limite luce/ombra

-          Il corpo del compagno è un Limite

-          Ecc.ecc.

Invece il limite impalpabile/invisibile può essere:

-          Il limite dello spazio (o dell’aria)

-          Lo sguardo

-          Il respiro

-          Il freddo/il caldo (la temperatura)

-          Un odore

-          Una convinzione, un’idea

-          Il tempo che passa (gli anni, i giorni)

-          Ecc.ecc.

Il limite dello spazio (o dell’aria) è fondamentale perché ha a che vedere con la proiezione del proprio corpo nello spazio e quindi con l’apertura medesima del corpo.

E’ importante ricordare che l’alfabeto del movimento corporeo si basa su due semplici azioni antitetiche apertura/chiusura, e tutte le infinite, successive variazioni.

Ma il limite dello spazio è molto più di una semplice apertura, ha a che vedere con l’estensione che è la misura massima, sempre variabile di momento in momento, del nostro corpo che si proietta nello spazio lontano, quello spazio che vive fuori-di-noi.

Ricordiamo che non solamente le nostre braccia o le nostre gambe possono ricercare ed entrare in contatto con questo limite, ma ogni parte del corpo deve poter entrare in contatto con il limite dello spazio, solo così può formarsi un’unità corporea ben rappresentata con una mappatura puntuale ed efficace dei limiti personali.

Infine, questo limite ha a che vedere con la proprietà del corpo di terminare i movimenti o portare i movimenti al loro termine.

Il movimento termina quando entra in contatto con il limite dello spazio, e solo allora. Terminare il movimento prima darebbe origine a movimenti vuoti e privi di significato, difficilmente imitabili da qualcuno che ci osserva.

Ricordiamo che quando il corpo ha toccato il limite dello spazio, deve compiere un percorso di ritorno di riavvicinamento al limite-del-proprio-corpo, riavvicinamento lento e qualitativamente intenso anche e soprattutto nella fase di ritorno.

Photography by Zoe Lopez

Perché la creatività nasce dal limite?

Il limite è  la più grande risorsa del corpo; noi stiamo bene quando sentiamo la necessità di celebrare e valorizzare il nostro limite personale, il limite che ci è toccato; dovremmo anche provare piacere a mostrarlo agli altri.

E’ un cammino generoso per arrivare al movimento vero, all’improvvisazione.

Rifiutare culturalmente l’idea di essere creature tanto limitate può essere una barriera. Senza riconoscere e accettare i propri limiti difficilmente potremo toccarli, entrare in contatto con loro, accarezzarli.
Queste azioni pratiche, con il trascorrere del tempo (che è l’ultimo dei limiti, quello più difficile da superare), sono preludio a quel processo di trasformazione capace di mostrarci il limite sotto un altro punto di vista e da un lato magari più costruttivo.
Dare respiro al limite, dialogare con lui, svincolarlo dal suo senso d’immobilità, ci permette di superare le paure per dare radice alle nostre creazioni in movimento.
Il limite ci colloca nella vita, ci mostra il nostro posto, e noi per questo possiamo soltanto ringraziarlo.

La creatività nasce dal limite.

Testo di Valentina Vano

www.metodomariafux.com

Photography by Zoe Lopez

Valentina Vano
Danzaterapista, Milano, MI, Italy
w: www.metodomariafux.com | @: danzaterapia@ymail.com|
t: (+39) 339 4805 033

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Corpo: Emergenza ed Immaginario

Valentina Vano_Maria Fux_danzaterapia_danza_Milano
 Jacques Lecoq e il Teatro del Gesto

Lavorare perchè il corpo agisca al limite delle sue possibilità tra emergenza ed immaginario 
Fondatore della ” Scuola Internazionale di Teatro Jacques Lecoq ” a Parigi, quest’ ultimo fu un artista, un creatore, un ricercatore; un uomo che, da più di mezzo secolo, ha lavorato fuori da ogni moda e da ogni compromesso. E’ oggi un maestro incontestato nel campo della pedagogia teatrale. Propone lo sguardo di un uomo di precisione, ma anche quello di un poeta per il quale ogni certezza ha una parte d’instabilità e di dubbio. Trasmette l’esperienza vivente di un artista che ha cercato di scoprire nelle leggi universali del movimento, dello spazio, del gioco e della forma, i mezzi necessari al creatore per trasporre la realtà in un linguaggio personale.

Numerosi artisti e compagnie rivendicano oggi di far parte della sua ” scuola ” e si appoggiano sul suo insegnamento. Tuttavia, si può constatare che dei frammenti del suo lavoro vengono spesso usati fuori dal loro contesto diventando così un metodo in più di ” training di attore “. Sarebbe dimenticare che il senso profondo di questa pedagogia della creazione fosse direttamente legato al percorso che essa propone nella durata e all’impegno che richiede quanto all’artista che all’essere umano. Si tratta di una pedagogia che nasce dalla vita stessa e che dà una possibilità al teatro di rimanere vivente lontano dai modelli o dalle tecniche sclerosi.

Prendendo il movimento ed il gesto come base di lavoro e come ancoraggio essenziale nella formazione dell’attore, essa propone tuttavia un apprendimento del mestiere di attore (e di essere umano) di pieno diritto e la ridefinizione di un mimo drammatico che tocca al ritmo stesso del vivente e che precede la parola : percepire le leggi che organizzano la vita, da dove nascono le leggi di gioco del teatro, a partire da un’osservazione della vita quotidiana e della natura.

E’ per il nostro corpo, che prendiamo a conoscenza del mondo che ci circonda, mimandolo. Della riproposta del gioco alla mimodinamica e alla geodrammatica, l’originalità di questa pratica risiede in questa scoperta dal corpo ” che mima ” degli ancoraggi profondi del gesto e delle azioni umane. Risalendo nei grandi territori drammatici (Tragedia antica, Commedia dell’arte, pantomima, melodramma…), Lecoq va in cerca di quello che si recita di essenziale nell’essere umano. Ogni alunno ed artista, che fa la scommessa di questo impegno, naviga a proprio ” rischio e sorpresa ” e forgia la sua personalità di creatore.

 ” Il teatro e la creazione sono affari di esperienza vissuta, di trasmissione orale e di durata. Non è facile dire con delle parole ciò che l’esperienza fa toccare con mano in modo vivente “

 ” Insegnare, è aiutare il gioco a svilupparsi, dal ripetersi del gioco della vita al più vicino della sua espressione, fino ad altri giochi tendendo alla creazione, verso una trasposizione, una trascendenza, che fa vivere l’invisibile delle cose e degli esseri, e fa entrare il teatro in poesia”

 ”Insegnare, è aiutare l’altro a svilupparsi essendo sufficientemente disponibile fisicamente e mentalmente, per lasciargli aprire il suo spazio. “

danzamovimento terapia

Valentina Vano
Danzaterapista, Milano, MI, Italy
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L’Improvvisazione in danzaterapia

Valentina Vano_danzaterapia_metodo Maria Fux_Milano

SOLO COSTRUENDO SOLIDE STRUTTURE DI MOVIMENTO SI PUO’ ANDARE INCONTRO ALLA LIBERTA’ DI ELUDERLE

“L’improvvisazione è un’arma a doppio taglio, che lusinga con il suo aspetto creativo, attrae con la sua fugacità e seduce con il suo aspetto liberatorio. Sceglierla non deve essere una via di comodo. Si è tentati, in effetti, di improvvisare su una musica, di lasciarsi andare a grandi eccessi lirici, di creare un romanzo fiume. Ma non è interessante fermarsi a questo perchè ben presto ci si trova di fronte a dei limiti, se non altro di ordine tecnico. L’improvvisazione vocale, musicale e corporea si studia e si apprende; deve essere sfumata ed equilibrata, presentare una forma ed uno stile. Perché abbia valore pedagogico bisogna capire chiaramente perchè e come utilizzarla, essere quindi in grado di farne una critica (su tutti i piani: spaziale, tecnico, ritmico…) affinché a poco a poco l’allievo prenda coscienza della sua maniera di esprimersi. Prima di tutto bisogna dare all’improvvisazione un supporto preciso e limitato; questo secondo requisito mi sembra importantissimo. Effettivamente più i mezzi dell’allievo sono limitati, più lui fa fatica a limitarsi, ma poi ben presto si rende conto che la libertà desiderata è dura da assumere; l’allievo esperto accetta facilmente la situazione perchè é in grado di estrarne tutte le ricchezze, e prova gioia nel vedere le sue possibilità espandersi all’infinito. Così concepita, l’improvvisazione è costruttiva. Struttura la mente, sviluppa l’immaginazione, la prontezza di spirito, la spontaneità e la personalità”.

(Testo: Suzanne Martinet, La Musique du Corps, 1990 Editions du Signal Lausanne)

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Valentina Vano
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La fiducia vive nel limite

TERRITORIO FUX:
INCONTRI CON PERSONE STRAORDINARIE
A Graciela di Buenos Aires, impiegata di banca, attrice, tessitrice, danzatrice.

Posso arrivare ad abbracciare questo paradosso?
“Il limite mi aiuta, è ciò che è già stato fatto; la fiducia mi proietta nel Metodo, che è costituito da  cose mai fatte…”

La fiducia è quell’atteggiamento, verso se stessi o verso altri, risultato di una valutazione positiva di fatti, circostanze, relazioni, per cui si confida nelle altrui o proprie possibilità, e che generalmente produce un sentimento di sicurezza e tranquillità.

In danzaterapia la fiducia è come un tessuto, la cui trama affiora solo dopo una lunga attesa intrecciata in termini di tempo ed errori, di sforzi e di volontà; di pazienza; si traduce anche e soprattutto nel piacere di “fare e di disfare”, di sciogliere nodi o includerli, così come sono, nel disegno. Quale apparirà il paesaggio finale? Non si sa!

Fisicamente si potrebbe tradurre la fiducia come:
- apparente sospensione del movimento: un respiro in cui il tempo e lo spazio si perdono;
- lucida certezza di poter sentire e misurare il peso della propria massa, corporea e non;
- posare il corpo nella quiete dell’appoggio (vuol dire lasciar fluire il peso del proprio corpo su un appoggio, sia esso la terra, un limite o il corpo dell’altro;
- ricevere, allo stesso modo, il peso dell’altro mantenendo un acuto stato di veglia, ma con calma e benessere, senza abbandonarsi, senza trattenersi, senza accelerare);
- saper scegliere da cosa lasciarsi influenzare ammortizzando perturbazioni, intercettando istintivamente “ciò che accade” prima “che ciò accada”.

Nelle varie situazioni il corpo non è mai uno strumento per esprimere sentimenti, idee o stati d’animo ma è semplicemente “l’espressione lucida di sé stesso e di quanto pesi”.

E’ il corpo colui che pone le condizioni, sceglie e definisce le possibilità, disegna i limiti. Decide se e quando appoggiarsi. Opta.

La fiducia è uno stato naturale dell’essere umano anche relazionata con la velocità nella quale i cambiamenti si succedono nella vita, dove spesso nulla avviene lentamente ma più esattamente tutto accade compulsivamente; la fiducia non può essere un processo compresso. Dove il pensiero non basta, perché troppo rapido, lì arriva il corpo…realtà della vita così come la conosciamo, spesso disorientato e immobilizzato da un tempo alieno e finto che solo la fiducia può smascherare.

Il danzaterapista deve tentare di propiziare la nascita della fiducia, nella sua forma più pura, dentro se stesso…successivamente, per ciò che concerne il corpo dell’altro  potrà cercare di non inciampare nel vizio delle interpretazioni intellettuali.

In danzaterapia il corpo si espande, i contorni della realtà corporea spesso si dilatano, la fiducia rende possibile vedere l’invisibile e ripristina una visione della realtà adeguata al peso del corpo e dello spazio, in relazione alla comprensione di ciò che avviene dentro e attorno.

Il processo di fiducia comincia lontano dal corpo e dai propri desideri, gli impulsi arrivano dal di fuori e si muovono in direzione verso il dentro. La qualità della sensazione di fiducia si infiltra lentamente sotto la pelle, s’impossessa del corpo e sfida la razionalità. Il soggetto si consegna come essere sociale e culturale alle forze della natura. La fiducia diventa immagine che nasce dal corpo.

 La danza è tagliata come pietra dall’acqua del mare.

Il lavoro con il corpo rappresenta anche la lotta contro le abitudini, abitudini spesso di non-fiducia.

Il danzaterapista gestirà il processo di costruzione della fiducia adottando immagini poetiche piuttosto che mediante dissertazioni razionali, il corpo deve muoversi concretamente e mai rimanere statico, né diventare un corpo sognante.

La pazienza, il coraggio e la resistenza sono costantemente messe a dura prova.

Il corpo si trasforma in materiale vivente dalle diverse forme e densità.

 Se sparisce il contorno tra forma e non-forma, corpo e spazio, vuole dire che l’idea iniziale è stata finalmente incorporata.

La forma è continuamente soffocata per dar luogo a una non-forma originando un processo dinamico circolare. Il corpo si trasforma continuamente per poi rinascere in forme nuove. Il principio che “tutto cambia” è accettato ed il corpo deve essere in simbiosi con le trasformazioni per sfidare continuamente la tendenza alla staticità. Quando questo principio è vivo, non ci sono più i vuoti e tutto è parte del processo di fiducia. Il corpo, il tempo e lo spazio vivono. La sfida perpetua e la sorpresa devono essere parte quotidiana del sentire dell’artista danzaterapista.

Tutte le parti dell’incontro con il gruppo si nutrono dell’improvvisazione. Solo con una meticolosa preparazione si possono affrontare e gestire i momenti dell’incertezza, che nessuno può controllare.

Applicando Fux il danzaterapista ha ben poche occasioni di ripetere lo stesso incontro e neanche cerca o riesce a farlo. Quandanche le lezioni si ripetessero, la situazione, il tempo, le persone, il luogo sarebbero nuovi e ciò determina sempre scenari inaspettati.

L’incontro con il gruppo è la parte del processo di creazione che mette in gioco tutto.

La danzaterapia ha come prima finalità quella di comunicare, commuovere, confrontare e costruire fiducia in tutti gli aspetti della vita. La danzaterapia non ha padroni e ha poco rispetto per le convenzioni. “Fa ed è”.

In fondo aver fiducia oggi è un’attività sovversiva.

Al riappropriarsi del corpo ritorna anche il potere nell’individuo. In questo modo si sfidano molte strutture d’abitudine. La convivenza del proprio corpo con altri corpi e, in relazione ad altri esseri umani, crea i valori base per lo sviluppo della fiducia: rispetto e responsabilità.

Ringrazio Graciela, il cui corpo comprende bene tutto questo. Dal sorriso dei suoi lunghi anni mi ha mostrato che con la continuità si può ritrovare la fiducia che dà conforto e sollievo, la fiducia che dà visione…per appoggiarsi all’altro senza fargli male.

Valentina Vano
Danzaterapista, Milano, MI, Italy
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Il viaggio

 

Tutto ha a che vedere con tutto

Sembra davvero complesso padroneggiare il metodo di Marìa Fux e conoscerlo così in profondità da poter abbracciare simultaneamente musiche, immagini, consegne, limiti. Ammortizzare senza impaccio imprevisti di ogni natura,  capitalizzare, interagendo rapidamente in un “mare” troppo burrascoso o a volte sorprendentemente piatto, attraversato da correnti sconosciute e da sguardi di occhi che parlano, domandano, che con la loro assenza chiedono.
Venti che soffiano o non soffiano in direzioni sempre inattese.
Ogni gruppo è differente dall’altro; un corpo sensibile assolutamente a sé stante.
Neanche il tempo si assomiglia.
Spesso, quello che avevamo pensato e preparato così accuratamente, non risulta più essere così veritiero;  il momento prima non è mai uguale a quello dopo.
Bisogna essere pronti a prendere decisioni rapide e disposti a cambiarle altrettanto velocemente, non c’è tempo per stare a pensare, la mente è troppo lenta, obsoleta, mentre si propone “devo rimanere nel metodo”…miope ingranaggio che si domanda “sono ancora nel metodo?”.

Chi guida chi? L’INTUITO.
Per fortuna che c’è il corpo. 

Il gruppo è un grande singolo corpo che, dopo essere stato convinto e accompagnato (da un altro corpo) a intraprendere un viaggio di incantamento, costellato da incontri piacevoli (o meno), deve essere dolcemente ricondotto a casa.
L’allegria è sempre un buon cammino.
Ogni piccolo grande problema risolto è un passo di avvicinamento a “ciò che si conosce o si conosceva”, i silenzi sono spazi di respiro per poter riprendere fiato, ritrovare lucidità corporea, poter riaffermare la propria presenza, ricominciare; solo alimentando lo stato di costante allerta rispetto a se stessi e al gruppo si possono risolvere problemi e soprattutto dare le risposte a quegli occhi, talvolta smarriti,  dagli sguardi che chiedono.

Giunti al termine del “viaggio”, conduttore e “condotti” (anche se da punti di vista differenti) devono aver maturato la certezza di essere riusciti nell’impresa grazie al ricco potenziale del gruppo unito che, con la danza, ha condiviso la fiducia nella possibilità di cambiamento. Il gruppo è sempre un fattore esponenziale.
Il corpo deve “portarsi a casa” la sensazione nitida di stare meglio di quando era partito, solamente un’ora fa.
Gli sguardi devono essere cambiati e ora mostrare una disposizione all’allegria ; le labbra sono meno serrate.

Nell’incontro con il gruppo è necessario dapprima registrare con il corpo il clima generale (dato dalla somma dei vari elementi propri di quel preciso momento) per permettere alle persone di sondare cosa stia succedendo, facilitarne il riconoscimento, dare tempo e/o andare al contrasto (oppure no).
E’ utile ascoltare le caratteristiche particolari dell’istante in cui ogni stimolo verrà applicato. “Pulire” le transizioni tra uno stimolo e l’altro.
Se per esempio ci sono momenti in cui il conflitto diventa preponderante, quest’ultimo può rappresentare un ostacolo da cui allontanarsi o al contrario può valere la pena avvicinarsi e andare a vedere cosa si nasconde veramente dietro l’apparizione improvvisa di questo personaggio, che messaggio vuole rivelare.
D’altra parte nel contesto dell’incontro con il gruppo si presentano spazi visivi brevi ma intensi, dove solo l’esperienza suggerisce la pianificazione e la valutazione della mossa successiva. Squarci di sereno.
I partecipanti riceveranno consegne ben precise e per il conduttore è vitale riconoscere il clima che muta per proporre lo stimolo più adeguato.

Tutto ha a che vedere con tutto.

Valentina Vano
Danzaterapista, Milano, MI, Italy
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Il momento più emozionante

Punti di vista: il conduttore

L’incontro con un nuovo gruppo rappresenta sempre il momento più emozionante.
Straordinario per il mistero e la tensione che racchiude in sè, questo momento è una vera prova accompagnata da una serie infinita di dubbi che non devono naufragare in paure o ansia per quello che verrà: in danzaterapia la conoscenza è il dubbio.
Il dubbio si trasforma nell’allegria di non sapere.

L’esperienza corporea e lavorativa di Marìa Fux coadiuvata da oltre 70 anni di esperienza pratica nella danza rimarca con insistenza che la metodologia da lei proposta enfatizza il lato artistico della persona per premiarne il talento creativo. Il coraggio, la spregiudicatezza fondata sulla conoscenza.
Riguardo alla formazione in danzaterapia il panorama italiano fornisce una variegata gamma di approcci (metodi) tutti altamente qualitativi, affinché ognuno possa davvero scegliere in base a ciò che è e sente.

Il conduttore di danzaterapia può essere una persona, proveniente da diversi settori dell’arte o del movimento corporeo, innatamente predisposta a aprire un generoso canale di ascolto interiore verso se stesso e verso l’altro. Dovrà costantemente monitorare le proprie motivazioni, aggiornarle, rinnovarle…“per quale motivo mi sono avvicinato alla danzaterapia? con quale proposito reitero il mio rimanere nel cammino? quali sono  oggi, i contorni dei miei limiti?”
La danzaterapia non ammette tempi brevi e lo spazio per le domande, quelle giuste, avanza.

Nella metodologia Fux bisogna considerare che per affrontare un primo incontro non esiste un manuale di istruzioni nè una tecnica migliore dell’altra, come dice Maria Fux: “Non c’è una ricetta…non ho una formula da darvi“.
L’approccio corretto è quello suggerito dalla sensibilità personale che valorizza la disponibilità di interazione tra il ritmo interno del conduttore e quello del gruppo nel contatto del corpo con la contenzione della musica (o semplicemente del suono).

C’è chi prepara minuziosamente musica ed immagini, chi comincia dalla musica, chi dalle immagini, altri che si affidano maggiormante all’improvvisazione: non c’è una regola. Dipende dalla personalità e dal background del conduttore che si sentirà più comodo attuando in questa o quell’altra maniera pur di riuscire nell’intento: compiere un gesto artistico e come tale irripetibile, ogni volta. Solo in questo caso il corpo del gruppo, che rappresenta tante individualità, sarà condotto con successo ad esprimersi attraverso la creatività della danza sconfiggendo le resistenze iniziali o quelle potenziali che sono sempre in agguato di fronte a una nuova consegna.
Il corpo che dice la verità assume, rispetto a se stesso, un’estetica unica e indiscutibile proprio perchè vera. Se tutto ciò accade, anche per un solo istante nell’arco dell’ora della durata dell’incontro, l’obiettivo terapeutico è stato ampiamente raggiunto.

Valentina Vano
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Noi, la Radice

Valentina Vano Danzaterapia Maria Fux Danza movimentoterapia

La parola è: “gruppo”

Con il termine “gruppo” s’intende un insieme di individui condividenti.

Il gruppo di danzaterapia deve portare a termine un compito (la consegna del conduttore), partecipa della medesima aspettativa (il benessere e il cambiamento) ed è caratterizzato dall’interdipendenza delle azioni dei suoi componenti, vuole dire che tutti hanno a che vedere con tutti.

L’etimologia ci offre due linee di riflessione sui gruppi : il nodo ed il tondo.

Anticamente il termine  “gruppo” non esisteva in quanto in quanto l’individuo e la società erano due fenomeni separati e sovente in contrapposizzione tra di loro.

Il significato primario dell’italiano “groppo” era il nodo, avvicinato dai linguisti al provenzale “grop” ed al germanico “kruppa”, cioè matassa arrotolata.

Inoltre pare che i termini “groupe” e “croupe” abbiano entrambi origine dall’idea di un tondo.

Questo esplicito riferimento al nodo ed al tondo porta immediatamente a visualizzare la forma del tipo di legame che si instaura tra i membri di un insieme ed al tipo di coesione, frutto di relazioni sicuramente non lineari ma circolari, molto simile ad una matassa, quale risultato di un fitto intreccio di vissuti.

Nella danzaterapia metodo Marìa Fux il gruppo è origine e radice dell’incontro.
Se dal gruppo si dipanano i principali stimoli che garantiscono la crescita della qualità artistica dell’incontro, il gruppo, sempre se ascoltato, può attivare attraverso il sentire del conduttore un circolo virtuoso di retroalimentazione. Questa sinergia è come una guida invisibile e, in relazione al limite, disegna nitidamente la costellazione dell’incontro.
Per il conduttore il gruppo costituisce l’unico vero ancoraggio e saldo deve essere il legame tra gruppo e conduttore per un buon sviluppo reciproco e una futura crescita congiunta.

Maria Fux

Valentina Vano
Danzaterapista, Milano, MI, Italy
w: www.metodomariafux.com | @: danzaterapia@ymail.com|
t: (+39) 339 4805 033

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